Intervista · Vintage

Piccolo mondo vintage: ArmuaR

Un’amicizia storica di quelle che iniziano con la A maiuscola e finiscono con la A di Armuar.

Tra quelle due “A” scorrono più di vent’anni. Alessandra e Roberta si conoscono a un corso di commercio internazionale nei primi anni novanta. “Abbiamo fatto il militare insieme” dicono sorridendo. Il “militare”, consiste in realtà, in un soggiorno in Savoia dove si svolge il tirocinio. L’ostello è spartano e le coinquiline “armate fino ai denti”. Tutte con lo stesso obbiettivo: ottenere un posto di lavoro al termine dello stage. In quell’ostilità generale, nasce un piccolo miracolo. Un legame in grado di resistere a tutte le mareggiate della vita traendo da esse la forza per continuare a crescere. Due anni fa, quasi per caso, viene alla luce ArmuaR, “armadio” come si dice qui in Piemonte. A come Alessandra, R come Roberta.

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Le raggiungo nel loro angolo di mondo in via Principessa Clotilde 21, a Torino. Arrivo in ritardo e confusa non trovo la targhetta alla quale suonare. Dopo poco, sento una voce alle spalle che mi chiama. “Alessandra!” Mi giro e prima di tutto vedo il sorriso della mia omonima. Poi arriva anche il calore e la dolcezza. “Ma da dove è sbucata?” mi chiedo sorpresa. Nell’oscurità scorgo una luce provenire da una porticina in ferro, aperta a livello del marciapiede. Dentro, intravedo alcuni gradini e un’altra donna, Roberta, mi saluta. Quando Alessandra mi conduce all’interno, chiude la porta e io penso “Ecco, la botola di Alice si è aperta e io ci sono appena cascata dentro”.  Mi accoglie  un seminterrato, colmo di cose: vestiti, borse, piatti, teiere, vasi, libri, poster, bijou, quadri e specchi. Tuttavia, nonostante la mole degli oggetti, ognuno di loro è disposto con perizia e gusto. Ciascuno ha la sua collocazione e orgogliosamente la occupa. Ogni piccolo particolare è stato scelto, vissuto e poi riposto in attesa che qualcuno lo colga e gli dia una nuova vita.

 

Sento un senso di vertigine e incantamento. Mi torna in mente quando, all’asilo, giocavo dentro una piccola casetta in legno attrezzata quasi come una casa vera. “Ti va una tisana?” Mi chiedono sollecite. E mentre il tempo si ferma noi ci raccontiamo e ci confrontiamo. Siamo specchi le une delle altre, un momento sospeso dove ci spogliamo dall’essere figlie, madri e mogli per rimanere soltanto noi stesse.

Come avete cominciato quest’avventura?

“Nell’autunno del 2014 ci siamo trovate con una casa in campagna da dover liberare. Diverse generazioni vi avevano abitato e sono emerse cose che nemmeno noi pensavamo di possedere.  All’inizio, abbiamo portato tutto a casa di Roberta. Accoglievamo amici e interessati affinché potessero guardare e scegliere. Poi la cosa è piaciuta, ha preso piede e noi abbiamo sentito l’esigenza di allargarci e fondare questa associazione. Qui, ospitiamo anche laboratori di pittura e rappresentazioni teatrali. Il ricavato serve solo a coprire le spese vive. Armuar non è un lavoro ma una passione e quindi possiamo coltivarla come vogliamo. Ci piace l’idea che la nostra “tana” possa aiutare anche altri a sviluppare corsi, idee e connessioni”.

E’ molto significativo il fatto che non abbiate bisogno di un ritorno economico impellente. Vi dà la possibilità di viverlo e amarlo appieno, senza stress.

“Si, per noi è un modo per fare quello che nel lavoro non possiamo e non riusciamo a esprimere. Funziona davvero anche perché questo passo lo abbiamo fatto insieme. Nessuna delle due lo avrebbe compiuto da sola o con altre persone. Ormai, dopo tanti anni, siamo diventate telepatiche. Abbiamo sempre amato le cose vecchie, quelle delle nonne. Roberta ha traslocato parecchie volte e di conseguenza si è sempre alleggerita. Io (Alessandra), invece, ho sempre abitato nella stessa casa e, come mio padre, tendo a conservare tutto. A un certo punto, però, abbiamo sentito il bisogno di lasciar andare tante cose e rimetterle in circolo. L’idea del riciclo, per noi, è molto importante. Soprattutto se si tratta di cose di valore e qualità”.

 

Quindi, siete partite con questa eredità familiare e poi? Come siete cresciute?

“Grazie a un circolo virtuoso. Io (Roberta) ho due sorelle, Alessandra, una zia e una cognata. Tutte sono appassionate di vintage e riciclo. Amiamo andare per mercati ed esplorare, rovistare, finché non troviamo qualcosa di valore. Oppure le nostre amiche, a volte, ci lasciano qualcosa. Quando viaggiamo poi, la prima cosa di cui ci informiamo è l’esistenza dei mercati, specialmente quelli delle pulci. Lì bisogna saper cercare. Non a tutti piace. Chi ama comprare un bel capo non sempre vuole perdersi nella ricerca. Ci vuole tempo per trovare i tesori. Ma ci sono”.

Non avete solo vintage, anche e soprattutto second hand.

Si è così, abbiamo una stanza dedicata al vintage, il resto è usato. Ci piace l’idea che qui si possa provare e mescolare tutto quello che si trova, anche l’impensabile. Nessuno si deve sentire costretto a fare nulla o comprare qualcosa, semplicemente vogliamo condividere tempo, passioni, emozioni e ricordi. Poi, c’è chi ha fiducia in noi, nel nostro gusto e si lascia consigliare  ma, sempre, senza impegno. Si gioca e si sperimenta proprio come da piccole si faceva con le bambole. Con la stessa libertà“.

Vi ho conosciuto attraverso Facebook e devo dire che il modo in cui presentate gli oggetti e i vestiti è molto affascinante

I nostri contatti si stanno ampliando grazie a Facebook. Una volta a settimana ci troviamo per scattare le foto che poi appariranno in rete. In esse cerchiamo d’interpretare la moda, darne una diversa lettura, far arrivare un’idea. Abbiniamo un libro a un oggetto quando tra loro esiste un rimando interno dato dal colore, dalla figura in copertina o da un evento esterno. Come quando, il giorno successivo alle elezioni americane, abbiamo postato una fotografia che vedeva appaiato “Sfida infernale” di Burnett a un vestito vintage degli anni ’60. Fino a poco tempo fa non ne sapevamo nulla di strumenti come Facebook o Instagram ma, per diffondere il nostro nome, sono diventati essenziali. Ormai, non passa giorno che qualcuno non ci chieda l’amicizia e ogni tanto capita di spedire pacchi in altre città italiane. Le persone che ci seguono sono accomunate dagli stessi interessi e spesso si conoscono tra loro“.

Quindi, come si entra nel mondo di Armuar?

Basta mandarci un messaggio e concordare una data. Il nostro lavoro è un altro e come ti dicevamo questo non è un negozio. Spesso siamo aperte il sabato pomeriggio e la domenica mattina ma è sempre meglio contattarci prima. Ci piace sapere chi viene per mantenere il clima familiare che siamo riuscite a creare. E’ bello poter passare il tempo a provare vestiti e a chiacchierare senza fretta. L’importante è condividere“.

Non ho potuto scomporre l’intervista in base a quanto detto dall’una o dall’altra. Un pensiero iniziava da Alessandra, terminava con Roberta e viceversa. Non amano essere fotografate, né che la loro immagini circoli in giro. Invece, si scherniscono e lasciano che a rappresentarle siano foto in bianco e nero di coppie di amiche negli anni ’50-’60-’70. Le fotografie racchiudono l’anima e la loro è là, nella tana del coniglio bianco. Naturalmente, anche lui, vintage.

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