Intervista

Silvia Torchio, il cinese e i sogni da proteggere

Ci sono incontri, momenti che voltano le pagine del tuo destino e le scompigliano. Apparentemente. Perché a ben guardare un cammino era già stato intrapreso e per primo, il cuore, ne conosceva la meta.

Incontro Silvia dopo dieci anni. Ci eravamo salutate brevemente nei pressi di Palazzo Nuovo nel 2006. Io stavo per ricevere la telefonata che mi avrebbe assicurato il posto “a tempo indeterminato”. Lei, poco dopo, avrebbe intrapreso un percorso che dal Brasile l’avrebbe portata a Taiwan.

C’eravamo conosciute a Shanghai in una mia vita precedente. Entrambe studentesse di cinese. Lei innamorata dell’editoria ed entusiasta della Cina. Io un po’ meno. Giovani e insicure di cosa si sarebbe profilato all’orizzonte. I passi che stavamo per compiere dopo tanti studi erano incognite enormi nonostante ci avessero promesso che il cinese “era la lingua del futuro”.

Ci siamo riviste in un bar di Torino e abbiamo tirato le fila di questi anni trascorsi a cercare di crescere, cadere e imparare. Siamo rimaste ore davanti a due caffè e alle spalle tanto passato da riempirne cento di quelle tazzine.

Oggi, Silvia Torchio è una traduttrice e promotrice culturale. Il suo nome si lega a quello di  Jimmy Liao, famoso autore di libri illustrati di Taiwan. E’ ideatrice di laboratori in cui, da un’emozione scaturita dalle immagini di Liao, ci si avvicina ai meccanismi della lingua cinese. Bambini e adulti catturati in una lingua comune che abbatte le differenze culturali. Alla libreria “La Gang del Pensiero” assisto a uno di questi incontri rimanendo coinvolta dal calore dei padroni di casa e dall’atmosfera stimolante che la dolcezza di Silvia sa mettere in moto.

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Silvia e Andrea della libreria “La Gang del Pensiero”

Silvia, tu per quale motivo avevi scelto di studiare cinese? A fine anni novanta non era una decisione così comune.

Volevo studiare una lingua particolare. In realtà, ero propensa per il giapponese ma, alla presentazione dei corsi, sono rimasta affascinata da quello sul cinese. Per il resto, non mi ero fatta alcuna idea preventiva sulla Cina. Ho vinto una borsa di studio, sono andata lì senza aspettative e me ne sono innamorata”.

Che cosa hai amato della Cina?

“La possibilità di fare esperienze diverse. Avevo davanti un orizzonte completamente differente da quello solito. Mi sentivo libera di essere veramente me stessa. Libera da vecchi condizionamenti, esterni e interni. Vivevo nei sobborghi di Shanghai, mi spostavo in pullman e conducevo la vita normale di una studentessa. Il prezzo da pagare era quello di diventare responsabile, sopportare la solitudine, le folle indifferenti in cui non ti riconosci, la maleducazione, la tua famiglia e i tuoi amici lontani 10.000 chilometri. Dopo sette mesi ho avuto una crisi intensa, mi capitava di vomitare senza motivo: lo shock culturale protratto è duro da sopportare. Tuttavia, ho dei ricordi splendidi di cinesi gentili e ospitali che mi hanno accolta e aiutata. L’incontro con l’individuo è sempre stato buono, quello con la massa, più problematico.  Per me, comunque, il bilancio è positivo”.

Per tanti anni ti sei ritrovata a lavorare col Brasile. Tanto studio e poi la vita ha preso un’altra piega. Come l’hai vissuta?

“Bene. Ho imparato molto, soprattutto la professionalità e la capacità di gestirmi da sola. Ero l’unica referente italiana di una grande azienda brasiliana ma sapevo che il cinese sarebbe prima o poi tornato. Il mio amore per questa lingua era sempre pronto a riaffiorare. D’altronde, quella è stata l’esperienza più forte della mia vita e non poteva esaurirsi così. Vivere e studiare il cinese ha comportato tanto, il mio vissuto in Cina ha coinciso con una mia fioritura. Ero più aperta, estroversa, non più concertata solo sui miei confini interiori ma pronta a nuove esperienze”.

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Ottobre 2015. Jimmy Liao e Silvia al Festival Tuttestorie della Letteratura per ragazzi

Ma come sei arrivata a Jimmy Liao?

E’ stato un percorso lungo, costellato da coincidenze inaspettate. Quando ci siamo conosciute nel 2004 avevo da poco scoperto i suoi libri in una libreria di Shanghai. Ne ero subito rimasta conquistata ma, con il tempo, non ci avevo più pensato. Negli anni successivi ho lavorato per l’azienda che aveva sede in Brasile e che si occupava di turismo. Occasionalmente facevo ancora traduzioni dal cinese ma nulla di più. Nel 2010 ho accompagnato un amico in Cina. La prima cosa che ho fatto arrivando a Shanghai è andare in una libreria a cercare i libri di Jimmy. Ne ho acquistati alcuni e, per ingannare il tempo, ho iniziato a tradurre quello che poi sarebbe stato pubblicato come “La Voce dei Colori“. Quando l’ho fatto vedere al mio amico ho scoperto che una sua collaboratrice di Taiwan conosceva la casa editrice e grazie a lei sono entrata in contatto con il mondo di Jimmy. In realtà, non è stato facile portare avanti questo progetto ma tutte le volte che mi dicevo “adesso basta, mollo tutto” mi capitavano delle occasioni che mi convincevano di aver fatto la scelta giusta. Oggi posso dire che quello che ho l’ho costruito passo dopo passo, partendo dal nulla. Con tenacia, passione e pazienza. Bisogna imparare a mettere dei paletti. Farsi rispettare come persone e per il lavoro che si svolge. Piano, piano ho visto una crescita costante”.

Quali difficoltà incontri a tradurre una lingua così evocativa come il cinese?

“Quelli di Jimmy Liao sono testi brevi ma complessi. La resa deve essere poetica come l’originale ma non sempre le parole riescono a rispecchiare perfettamente l’immagine che accompagnano. Tuttavia, è necessario che l’equilibrio fra le due venga rispettato. Il cinese è sintetico ed evocativo. L’italiano richiede l’utilizzo di molti vocaboli per esprimere lo stesso concetto e lo spazio spesso manca. In Cina, l’approccio al libro è diverso. Si devono trovare delle soluzioni differenti di impaginazione”.

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Abbracci, Ed. GruppoAbele, 2014
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Se potessi esprimere un desiderio…, Jimmy Liao, Ed. GruppoAbele, 2015

La traduzione per i più piccoli richiede un atteggiamento particolare?

“In realtà, le frasi di Jimmy sono abbastanza semplici e io rimango piuttosto fedele all’originale. Raramente mi è stato chiesto di addolcire la terminologia usata dall’autore. Il fatto è che, in Italia, l’albo illustrato viene identificato come appartenente all’editoria infantile mentre Jimmy si indirizza anche agli adulti o ai giovani adulti. I suoi protagonisti sono bambini perché per loro è più semplice esprimere i sentimenti senza filtri o vergogna. Tuttavia, i temi trattati sono molto forti e a volte complessi per i bimbi. In Asia, invece, il racconto per immagini ha una lunga tradizione che si indirizza spesso ai più grandi. Basti pensare ai manga. D’altra parte, Jimmy ha davvero fatto una rivoluzione, con lui l’albo illustrato è divenuto popolarissimo”.

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La luna e il bambino, Jimmy Liao, Ed. GruppoAbele

Hai conosciuto Jimmy Liao?

“Si, è una persona speciale. L’immagine che emerge dai suoi testi gli corrisponde appieno. E’ un artista professionale e umile, timido ma non respingente. Molto ironico. In Italia ha subito stabilito una forte connessione con il pubblico. Il punto di svolta della sua vita è stata la malattia. E averla vinta. Ne parla con una serietà venata di ironia. Mai con pietismo. Le emozioni che trasmette sono molto forti”.

Come nasce l’idea dei laboratori?

Adoro i bambini, è una bella occasione di incontro. Ho scelto questa particolare forma di laboratorio sulla lingua cinese perché è quella che mi compete di più. E’ un’introduzione alla lingua attraverso le illustrazioni di Jimmy. Io mi posso approcciare ad essi solo come traduttrice e conoscitrice dei suoi libri. Non sono Jimmy, eppure questi appuntamenti permettono ai bambini come agli adulti, di accedere alla sua lingua alla sua cultura e al suo modo di esprimere le emozioni”.

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“In quale immagine di Jimmy ti ritrovi di più o ti descrive meglio?” “Non mi descrive al meglio…ma è qualcosa a cui aspiro sempre, in qualche modo una via di uscita bisogna trovarla…”

Come vedi l’evoluzione dell’editoria?

“Quella per ragazzi per il momento è l’unica ad avere un indice positivo. Nell’avvento del digitale sono convinta che questo debba e possa integrare il cartaceo con l’aiuto dell’interattività. E’ importante che non ne sia una semplice replica”.

Se ti dicessero di scegliere tra la traduzione e i laboratori? Che opzione abbracceresti?

“E’ difficile, entrambe si bilanciano. La traduzione è uno spazio interiore che mi rispecchia. E’ intimo, riservato ma anche un po’ alienante. I laboratori, invece, mi permettono il contatto con l’altro, la possibilità di trasmettere qualcosa, una scintilla, un’idea. Quindi penso che sceglierei i laboratori”.

Sogni per il futuro?

Non riesco a pronunciare a voce alta i miei sogni. Sarà che per metà sono napoletana e quindi scaramantica. Ce li ho ma non riesco a tradurli in parole. Sono presenti dentro di me a un livello vicinissimo all’inconscio ma non li voglio definire concretamente. Ad esempio, non ho mai espresso veramente il desiderio di voler tradurre Jimmy Liao. Sento che sono lì per guidarmi anche senza una forma precisa. Loro sanno di esserci”.

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Tutte le illustrazioni dell’articolo appartengono alla mano sapiente di Jimmy Liao che viene pubblicato in Italia dalle Edizioni Gruppo Abele.

Amici di Jimmy è anche su Facebook e Youtube.

L’immagine iniziale è opera di Giovanni Mangione.

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