Intervista

Nicolas Boria, un artigiano della fotografia a Torino

Sono le tonalità seppia le prime ad attirare il mio sguardo. Ho trascorso l’infanzia a giocare a nascondino tra i ricordi del nonno e le fotografie della sua famiglia. Vivevo di racconti e immagini in bianco e nero. Nicolas Boria è un fotografo unico nel suo genere. Dal 2015, accanto alla sua attività di artista della fotografia, ha ideato quella che lui definisce “la camera oscura ambulante”. Lo potete trovare nei mercati del weekend a Torino o nei festival. Abbigliato come un uomo di inizio secolo, tappezzeria di sfondo e macchina fotografica a soffietto vi accoglie sorridendo. Se lo desiderate vi fa un ritratto in bianco e nero e ve lo sviluppa in una vecchia valigia recuperata al Gran Balon. Nessuna stampante. Solo fotografia lenta, analogica. Ma non fatevi ingannare dalle apparenze. Nicolas Boria è anche un matematico francese con diversi dottorati di ricerca alle spalle, in Svizzera e in Italia. Due anime in apparente contrasto. La creatività dell’arte e il rigore della matematica. Positivo e Negativo. L’istinto sociale e la solitudine necessaria per liberare energia e sogni in una camera oscura. “Nel 2008 vivevo a Parigi, la mia vita aveva subito molti cambiamenti e per un caso fortuito mi erano arrivati dei soldi con che avevo impiegato per comprarmi una reflex digitale. All’università ho frequentato un breve corso di camera oscura e me ne sono innamorato. Quando stai sviluppando una foto in bianco e nero hai solo come compagni una luce rossa e un’idea in testa. Ma quello che puoi fare è infinito. Lo sviluppo analogico ha una tecnica ben precisa ma ti lascia spazio per pasticciare, per storcere le regole. Ti lasci sorprendere”.

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Nicolas mi accoglie nello studio che condivide con la pittrice Daniela Maddeddu. La conversazione si dilunga in sintonia con i tempi della sua “Slow Photograhy”.

Come sei finito qui a Torino?

Sognavo di venire in Italia. In realtà desideravo ottenere una borsa di studio per un dottorato di ricerca a Roma ma non c’erano posti. E così me ne è stata assegnata una al Politecnico di Torino. All’inizio ero deluso, non conoscevo questa città e non sapevo cosa avrei incontrato. Poi, mi ha conquistato e ora ci sto davvero benissimo”.

Cos’è per te la fotografia?

La fotografia ha una tecnica semplice, alla portata di tutti. Solo poche regole da applicare. Il resto sta alla persona, alla sua perseveranza, alla sua passione e immaginazione. Come vedi, anche questa macchina di legno al suo interno è vuota. Nei miei scatti io inserisco, nello chassis, una carta fotografica. In passato, quello spazio era occupato dal vetro. Quando faccio un ritratto copro l’obbiettivo con il berretto. E’ molto sensibile, ogni movimento involontario determina uno spostamento della luce e delle ombre. Poi scatto. Mi chiudo in camera oscura con le due vaschette degli acidi. Applico la stampa a contatto, cioè il negativo da stampare aderisce a un foglio di carta fotografica e viene illuminato per un numero determinato di secondi a seconda della resa che voglio ottenere. Dare più contrasto significa aumentare la nitidezza ma la conseguenza è la perdita dei dettagli del grigio. Una volta sviluppata la foto bisogna lasciarla asciugare. Ci vuole tempo. Scoraggio chi viene da me in studio chiedendomi un ritratto pronto in mezz’ora. A volte devo fare più scatti e prove per raggiungere un risultato ottimale”.        

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Com’è il tuo rapporto con la camera oscura in studio?

Mistico. Mi ci metto alla sera, quando sono solo. Faccio partire la musica a tutto volume e lavoro. Seguo i miei pensieri, le mani conoscono la tecnica, il resto è sperimentazione. Quando la resa raggiunge esattamente il concetto che voglio esprimere, la vena si esaurisce e passo ad altro. Per manipolare i miei lavori posso usare le spugne, la matita, la china, qualsiasi strumento sia necessario per riprodurre quello che sento dentro”.

Mi mostra i lavori appesi al muro dell’ atelier facendomi notare come in una stampa siano emersi particolari che allo scatto sembravano non esistere. Poi esaminiamo un’opera che raffigura un alberello spoglio, cintato dal cemento. Tutto intorno è una fiamma di luce.

Mi ricorda il rovo ardente di Mosé.

Esatto, è proprio quello che volevo raffigurare. Sono affascinato dal simbolismo religioso come anche dal surrealismo. La tecnica che utilizzo in questi casi è la solarizzazione, una processo il cui risultato non è mai programmabile e che regala esiti singolari. Tuttavia, conoscendone le particolarità, posso in parte dirigerla per seguire l’idea che ho in testa”.

E la tua camera oscura ambulante?

E’ un’attività esterna, quella che mi porta per mercati e festival. E’un modo per entrare in contatto con la gente. Anche quello è un viaggio. La mia vera natura però è solitaria e la camera oscura è il mio regno. Quando ero un adolescente ho suonato per diversi anni in un gruppo. Tuttavia, i compromessi, le discussioni non fanno per me. Non voglio più venire a patti con nessuno per potermi esprimere. Non voglio avere limiti. Anche essere uno straniero qui, per quanti amici italiani possa avere mi esclude a priori da certi discorsi o condivisioni. Non ho come voi lo stesso passato, lo stesso patrimonio culturale. Eppure, questo è anche un privilegio”.

Come reagiscono gli altri fotografi quando ti vedono per strada con la tua camera ambulante?

Vivo momenti imbarazzanti. Alcuni, soprattutto i più anziani, sono interessati e scambiamo pareri ed esperienze. I più giovani invece, quelli che conoscono solo la fotografia digitale, cercano in tutti i modi di cogliermi in fallo. Come se si sentissero minacciati. Eppure la fotografia è nata così, in camera oscura. Comunque, mi sto accorgendo di quanto stia tornando l’amore verso l’analogica. Anche in Italia dove non c’è una grande tradizione fotografica perché la vostra arte è soprattutto pittorica”.

Ti senti di avere una vocazione per la fotografia?

Non mi piace quella parola. E’ limitante. Penso che l’essere umano sia infinito e che sia nelle nostre possibilità intraprendere qualsiasi progetto. L’importante per me è sentirmi libero. E lo sono qui in Italia, con i miei amici, il mio lavoro e la possibilità di fare sempre nuovi incontri”.

La tua famiglia come ha preso questo cambiamento?

Non molto bene. D’altra parte io volevo rimanere in Italia. Tuttavia, fare il ricercatore in Italia non è come esserlo in Francia o in Germania dove la tua cattedra è garantita. Qui l’unica cosa garantita è l’incertezza. E allora, insicurezza per insicurezza tanto valeva lasciare tutto e abbracciare per intero questa strada che amo. Per ora… In futuro, chissà”.

Progetti per il futuro?

Un mio sogno sarebbe quello di viaggiare con tutta la mia attrezzatura fotografica e scambiare il mio lavoro con l’ospitalità delle persone. Per conoscere luoghi e gente diversi”.

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