Intervista

Atelier ViaParma53 in borgo Aurora: luoghi di artigianato e creatività

Ricordo il mio primo viaggio in pullman da sola, direzione Torino. Mi ero appena iscritta all’Università e provavo quell’emozione mista a paura di una ragazza che aveva trascorso l’intera adolescenza in provincia e ora si trovava catapultata nella metropoli. Molto prima delle Olimpiadi, ancora prima che il Quadrilatero divenisse sinonimo di “movida”, Torino per me si poteva sintetizzare in una manciata di vie del centro. Scivolavo sulla superficie della città ammirandone le bellezze storiche ma ignorandone completamente il resto, grigio e sfocato. Un peccato, perché Torino, con gli anni, si è dimostrata una città dalle sfumature più diverse e dalla cultura stratificata. Siamo abituati ad identificare Torino con la Fiat, ma ora che questo binomio ha cessato di esistere è bello riscoprire quali e quante sinergie la animassero fino agli anni trenta. Borgo Aurora, situato tra Corso Regina, Via Principe Oddone e Corso Vigevano ne è un esempio. Prima della seconda guerra mondiale il quartiere era dotato di un forte dinamismo commerciale e operaio. Fervevano le attività di moltissimi opifici, in particolare, mulini. A essi si aggiungevano setifici, concerie, battitori di panno, e ancora, falegnamerie, marmisti, bronzisti che lavoravano grazie alla presenza del vicino Cimitero Monumentale. Perché la vocazione artigiana, il saper fare unico e irripetibile di Torino c’è sempre stato e forse in questi anni, timidamente, in una faticosa corsa ad ostacoli, sta risalendo la china. Non a caso l’Atelier Condiviso ViaParma53 prende il nome dalla via che lo ospita. Proprio nel cuore di questo borgo che, negli ultimi tempi, sta vivendo di nuova giovinezza e fecondità. “Quando siamo arrivate noi, non ci potevamo credere. Locali così ampi e luminosi per un affitto assolutamente ragionevole.  Le cose si stanno muovendo e migliorando. Tanti professionisti, architetti, designer, fotografi hanno scelto di venire a lavorare qui. Ogni mese aprono nuovi bar, torterie e ristoranti. Tuttavia, non c’è frenesia, è un quartiere tranquillo, popolare e vivibile. I giardini, al pomeriggio, si riempiono ancora di bambini e genitori”.

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Le ragazze/i di ViaParma53 hanno vissuto insieme in tanti posti e negli anni si sono chiamate anche in tanti modi. Qualche tempo fa erano Democreativa ufficialmente, “le ragazze del sotterraneo” ufficiosamente.  E nelle cantine c’erano davvero dal momento che un tempo occupavano un’ex bisca clandestina colma di umidità e muffa. I racconti di Federica Castiglioni  e Valeria Colombo, due capisaldi dell’atelier, sono così vividi che  l’odore persistente di umido sembra quasi spandersi nell’aria. Eppure, nonostante difficoltà, trasformazioni e incertezze (o forse, proprio grazie ad esse) lo zoccolo duro del gruppo ha resisto.

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Cosa vi ha portato a iniziare questo progetto insieme? Di solito gli artigiani sono molto gelosi dei propri spazi e idee.

“Una necessità fisiologica. Nel 2010 a casa, il mio tavolo da pranzo aveva perso la sua funzione originaria per diventare tavolo da cucito e ripiano per le stoffe. Puoi immaginare con due bambine piccole! La situazione era insostenibile nonostante abbia un marito praticamente santo. E’ stato fortuito l’annuncio appuntato nella bacheca del mio palazzo in cui David cercava qualcuno per condividere uno spazio per creativi e artigiani. Era la risposta alle mie preghiere e l’inizio di questo progetto”.  

David “il sognatore falegname” aveva immaginato un luogo dove condividere le proprie passioni ed economizzare le spese. Il piccolo nucleo di allora negli anni si è allargato come si sono ingranditi gli spazi. Era nata Democreativa. L’idea di base era quella di mettere a disposizione dei membri dell’associazione attrezzature e metri quadri per lavorare alle proprie creazioni. Allo stesso tempo ognuno avrebbe dovuto contribuire a pagare l’affitto calmierato e dare il proprio apporto alle diverse attività dell’associazione.

“Con il tempo, però, abbiamo capito che non a tutti interessa avere un ruolo attivo. Ci sono persone che, nel rispetto delle idee di riciclo e artigianato dell’associazione, sono interessate solo a lavorare nello spazio a loro attribuito e in questo senso non possiamo imporre una politica a cui loro non si sentono di aderire. Non è stato facile arrivare fino a qui. Negli anni qualcuno ci ha abbandonato (David per esempio ha preferito diventare edicolante) e di luoghi ne abbiamo visti e abitati. Qui ci sentiamo a casa. I proprietari sono stati molto disponibili con noi. Abbiamo ripulito e sistemato tutti gli ambienti. C’è questa grande stanza con tanti tavoli che ci permette di ospitare corsi e incontri di vario genere. Nel corridoio ci sono le postazioni degli artigiani con relativa “stanza della polvere” che ospita gli attrezzi comuni, la levigatrice, il trapano a colonna ecc…  

La condivisione tra noi artigiane è spesso fonte d’ispirazione sia nelle idee che nelle tecniche da utilizzare. Nel tempo siamo riuscite a creare un bel clima e ci consigliamo vicendevolmente. Abbiamo alle spalle tanti anni di esperienza e siamo consapevoli di cosa ci piace e cosa no, di cosa funziona e di cosa proprio non va. Per il resto, cerchiamo sempre di aiutarci. E’ la ricchezza del contatto umano”.

Mentre chiacchieriamo ci raggiunge Monica Casa, altra componente del gruppo.

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Monica, tu invece, come sei approdata in questo atelier?

Io ho un passato da vetraia. Con la crisi e le difficoltà del settore ho convertito le mie conoscenze per creare monili in vetrofusione, in ottone e in stagno galvanizzato argento. Per quindici anni ho lavorato sola e concretata sui miei progetti. Poi, qualcosa dentro di me è cambiato. Ho sentito la necessità di trovare un luogo che mi permettesse normali interazioni sociali come uno scambio di pareri e di caffè. Per un certo periodo mi sono messa a cercare locali con personaggi di tutti i tipi, per la maggior parte sconosciuti, a volte veri e propri fricchettoni. Infine, ho incontrato Federica e ho capito che questo posto faceva per me. Qui in passato, riparavano pianoforti e l’energia è rimasta positiva.

Federica, cosa fai e quali corsi organizzate?

Prossimamente con una mia amica scenografa partirà un corso per bambini e adulti di cucito. Amo insegnare ai bambini e il cucito è la mia passione.

Io ho iniziato presto a cucire. Avevo undici anni e osservavo mia nonna sarta. La imitavo e armeggiavo con ago e filo per vestire le mie barbie. Adesso mi dedico alla realizzazioni di accessori e vestitini per bambini. Con il marchio Lafee cucio bandane, bracciali ricavate da cravatte. Riutilizzo le plastiche delle piscine per bambini per creare grembiuli, porta costumi, astucci. E a volte sento di poter far qualcosa di veramente utile. Una mia amica malata mi ha chiesto di creare delle fasce colorate per coprire il segno della chemioterapia, questi invece sono turbanti e foulard.

Valeria, invece, è la creatrice di Feltri d’Amore. E di cura e passione se ne vede tanta nelle sue creazioni ispirate alla cultura turca e spesso frutto di una ricerca etnografica.

Valeria, come è nato quest’amore per il feltro?

E’ stato grazie ad un  corso per mamme organizzato dall’asilo dei miei figli. Da allora non mi sono più fermata. Ho frequentato altri seminari. Quello più bello è stato  in Turchia dove ho avuto l’occasione di conoscere un maestro di quest’arte Mehmet Girgic. Grazie a lui ho realizzato questo vestito che comprende quattro strati di seta e lana applicati secondo una tecnica turca che richiede sedici ore di impegno. I miei lavori sono fortemente simbolici e collegati profondamente alla cultura che li ha ispirati. Mi rendo conto che alcuni cappelli non verranno mai indossati ma non riesco a realizzare capi più commerciali. Se non li sento parte di me sono tentativi destinati a fallire.

Mentre noi ragazze ce la chiacchieriamo, l’unico uomo Rinaldo Zanotti, presente in atelier lavora alacremente al computer. Quando arrivo alla sua postazione, alla mia domanda “come fai a resistere tra tante donne” arrossisce leggermente e sorride. In realtà, da falegname qual è, lavora anche in un’altra officina ma di questo luogo sfrutta lo spirito creativo e la compagnia solare. E’ lui, più tardi, ad affascinarmi con la storia del borgo e della sua tradizione artigiana “Io realizzo mobili su misura ma a volte mi trovo a dover smantellare pavimenti antichi del settecento piemontese o in listoni di legno. Le tavole che ne ricavo le utilizzo per creare delle cornici. Ognuno porta su di sé i segni della propria storia e per questo sono una diversa dall’altra. Le cornici le espongono ai mercati e può capitare che il cliente, vedendo questi lavori, mi chieda di realizzare opere di restauro o costruzione a casa propria”. Monica interviene e mi fa notare come “una consultazione creativa” tra i membri abbia apportato delle migliorie all’opera. “Le cornici sono piuttosto spesse, si possono appendere con o senza tele. Vedendole abbiamo pensato che si potessero fare dei fori all’interno. In questo modo il cliente può personalizzarle inserendo quello che preferisce. Noi abbiamo messo qualche rametto di Samantha Russo che qui è presente con Armonie Arboree.  A proposito di collaborazioni, Patrizia Danna che si occupa di tornitura e restauro del legno ed io abbiamo creato una linea di anelli in legno che incapsulano elementi di ottone galvanizzato argento”.

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Nonostante le varie attività che vi si svolgono all’interno dell’atelier c’è ancora posto per due o tre persone che vogliano condividere spazi, creatività e impegno.  “I tavoli sono a disposizione per incontri basta organizzarsi con gli orari. Trattandosi di un laboratorio con esposizione e vendita c’è anche chi come Sara (Loom Design) lo utilizza come vetrina. Tuttavia offriamo anche la possibilità lavorare e tenere un magazzino”.

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